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LA DISFIDA DI BARLETTA E LA COSCIENZA DELLA FINE.

Risultati scientifici di rilevanza internazionale per il convegno di Palazzo Della Marra

Ettore Fieramosca è stato uno dei protagonisti del convegno internazionale di studi “La coscienza del presente e la percezione del mutamento. La Disfida di Barletta e la fine del Regno”, organizzato dal Comune di Barletta in collaborazione con il Centro Europeo di Studi su Umanesimo e Rinascimento Aragonese.

Durante il convegno, svoltosi l’11 e 12 febbraio a Palazzo Della Marra, si è anzi auspicato che proprio sulla figura di Fieramosca si possa costruire un prossimo appuntamento scientifico. Un documento inedito conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, presentato a Barletta da Francesco Storti, infatti, lo annovera tra i “cortesani”, cioè tra i cortigiani, di Ferrante d’Aragona sin dal luglio 1491. Che il legame tra la famiglia Fieramosca e i sovrani aragonesi fosse antico è attestato in numerosi documenti recentemente studiati da Biagio Nuciforo nel suo studio sulla famiglia Fieramosca pubblicato nel volume “L’esercizio della guerra, i duelli e i giochi cavallereschi” presentato durante il convegno stesso. L’occasione barlettana, che ha visto la partecipazione di specialisti dell’età aragonese e di studiosi spagnoli e francesi del calibro di Josè Ruiz-Domènec (tra i grandi storici iberici autore di un volume su Consalvo da Cordova edito in Italia da Einaudi), e Pierre Savy, (direttore degli studi sul Medioevo nell’École française de Rome) ha prodotto, d’altronde, risultati di enorme pregio scientifico, in grado di ampliare le conoscenze sulla Disfida di Barletta.

Osservata come evento-metafora del mutamento in atto nell’Europa tra Medioevo ed Età Moderna, la Disfida è al centro degli interessi di ricerca di un laboratorio internazionale attivo dal 2015 tra Barletta, Bari, Foggia, Potenza, Napoli e le università francesi e spagnole che ha già prodotto due convegni internazionali e tre pubblicazioni, due delle quali uscite con l’editore barlettano Cafagna. Inoltre, il convegno del 2017, organizzato dall’Associazione del Centro di Studi Normanno-Svevi, ha ricevuto il riconoscimento della medaglia della Presidenza della Repubblica Italiana.

Sembra ormai chiaro che i protagonisti dell’evento siano stati due. Da un lato Ettore, eroe intorno al quale numerosi intellettuali tra Cinque e Ottocento hanno costruito il mito di una nazione, l’Italia, al tempo inesistente come entità statuale. L’altro, completamente calato nella Storia è Consalvo da Cordova, vincitore di quella stagione, le cui gesta furono narrate da tutti i suoi contemporanei. È impossibile non partire proprio da lui. Lo stesso cantore barlettano Belisario de Galiberto, al quale si attribuisce l’epigrafe sul muro Nord della cattedrale di Barletta, proprio a Consalvo dedica la sua commemorazione: del Gran Capitano fu la gran vittoria, scriveva forse negli anni Quaranta del Cinquecento. E lo stesso Ruiz-Domènec, infatti, proprio a Barletta, nei giorni scorsi, ha presentato un’ulteriore fonte inedita in grado di offrire una nuova luce sul momento che la città passò tra il luglio del 1502 e l’aprile del 1503 quando, occupata dall’esercito spagnolo era assediata da quello francese. Si tratta di alcune carte del codice segreto del Gran Capitano, un carteggio scritto in lettere sinora sconosciute tra re Ferdinando II il Cattolico e Consalvo stesso databile tra il gennaio e l’aprile del 1503, decrittato solo da pochi giorni in Spagna e a Barletta presentato per la prima volta. In esso i due giganti del tempo si confrontavano sul da farsi: il primo per attaccare i francesi, il secondo per attendere. Consalvo scriveva da Barletta. Sappiamo come sarebbe andata a finire: il 28 aprile di quell’anno sarebbe uscito dalle mura della città e avrebbe vinto i francesi a Cerignola, debellandone la cavalleria pesante. Grande Storia, e Barletta ne fu per l’ultima volta al centro. Poi, con la vittoria spagnola nella guerra, la città sarebbe divenuta gradualmente propaggine della provincia dell’impero spagnolo, periferia, marca di frontiera, come ha scritto Biagio Salvemini. È un paradosso che a venire a dirlo a noi italiani, proprio a Barletta, sia stato un francese.

A Pierre Savy si deve infatti una lucida lettura della situazione: da un lato le notissime parole di Jean d’Auton, cronista di Luigi XII, che alla disfida dedica quello che oggi definiremmo un trafiletto nella sua monumentale biografia sul sovrano francese; dall’altro le ancora sconosciute parole di Louis Leroy, intellettuale della Francia cinquecentesca, presentate in Italia per la prima volta, il quale alla Disfida dedica parole laconiche la cui sostanza, vista dalla Francia, è la seguente: sì, è vero, 13 cavalieri hanno vinto un torneo su altri 13 cavalieri. Punto. E allora? A Guido Cappelli, storico napoletano, traendo le conclusioni del convegno, è spettato riportare tutti con i piedi per terra: è un paradosso, ha affermato che proprio a un francese oggi dobbiamo la lettura più lucida della situazione. Sì, 13 italiani hanno battuto in un torneo altrettanti cavalieri francesi. Ma, si badi, noi italiani in realtà siamo stati “sconfitti” qualche mese dopo, a Barletta come a Cerignola e al Garigliano, al pari dei francesi, dalla forza e dalla potenza dello Stato spagnolo, per il quale si combatteva e del quale di lì a poco saremmo stati sudditi. L’Italia che per tutto il Medioevo era stata padrona del Mediterraneo, protagonista in Europa, genio del mondo sino ad allora conosciuto, dagli eventi di Barletta esce subalterna. E’ a partire da questa consapevolezza che  gli “italiani” del tempo iniziano a costruire, intorno gli eventi di apparente trionfo, una vittoria puramente letteraria ma che nel Risorgimento produrrà risultati. È l’intellighenzia della penisola a farsene carico: l’Umanesimo meridionale sino a Guicciardini e a d’Azeglio, ultimo interprete romantico di un mito consolidato, scelgono proprio la Disfida come evento simbolo ribaltando la Storia per proiettarlo nel Mito. È lì che la Disfida diventa mitomotore della nazione italiana. E si tratta di un mito che si sostanzia su una parola antica, classica, cioè “onore”.

Intorno a questo concetto si scrivono opere mirabili come le lettere del Galateo a Crisostomo Colonna, come la “Gonsalvia” di Cantalicio, come il “Successo de lo combattimento” uscito nel 1547 e poi reso noto al grande pubblico nel 1633 grazie alla riedizione nota come “Anonimo di Veduta”, oggi finalmente e per la prima volta studiata criticamente sino a ipotizzare la personalità dell’Autore; come la “Storia d’Italia” del Guicciardini, sino al romanzo di d’Azeglio. Già, l’Italia. Proprio il concetto di nazione ha chiuso la riflessione della due giorni barlettana. Attraverso l’analisi di documenti inediti e per la prima volta analizzati criticamente – come il componimento poetico anonimo conservato nella Biblioteca Nazionale di Firenze presentato e discusso a Barletta da Monica Santangelo – si sta velocemente facendo strada un’ipotesi tutta da vagliare in occasioni prossime: se, infatti, gli Umanisti del Cinquecento ponevano una distinzione reale tra italiani, intesi come “meridionali”, e lombardi, cioè settentrionali, possiamo considerare i cavalieri del Fieramosca come degli italiani nell’accezione che oggi attribuiamo al termine? Oppure, più probabilmente, essendo tutti stipendiati nell’esercito demaniale del re d’Aragona e combattendo come armigeri al seguito di Ettore Fieramosca, (ed essendogli dunque direttamente vincolati), dobbiamo ritenerli meridionali,più che altro regnicoli? A questo porterebbe anche la strategia detta “a tavoliere” utilizzata durante il certame, sembra, dai cavalieri del Fieramosca per rintuzzare il primo assalto francese, spiegata molto bene da Alessio Russo durante la due giorni trascorsa a Palazzo Della Marra e nel volume sulle giostre del Mezzogiorno.

Un’ipotesi affascinante che si sta facendo strada proprio dai risultati inediti delle ricerche portate avanti dal laboratorio barlettano e che nulla toglie al mito della Disfida. Semmai, essa apre nuovi percorsi di lavoro tutti da battere, a più mani, affidati a storici e filologi professionisti in grado di frequentare i maggiori archivi europei (da quelli locali sino a Napoli, Barcellona, Parigi), di leggerne le scritture, di contestualizzarne il significato. Perché se è vero che la Disfida è patrimonio della città di Barletta – e guai a lasciarcelo sfuggire – è anche vero che essa è il viatico principale per proiettare la città nel contesto culturale europeo e rendere Barletta ancora una volta centro, a 515 anni di distanza da quegli eventi, della discussione sull’Europa attuale. Senza nazionalismi, campanilismi senza rivendicazioni di appartenenza pasticciate e ripetitive. Consapevoli, invece, che ci vuole buona volontà e disponibilità alla laica conoscenza e al migliore rapporto con la Storia del nostro territorio, che è storia europea e mediterranea che parla lingue diverse e non ha bisogno di arroccarsi dentro anacronistiche visioni. E’ il miglior insegnamento che possiamo dare ai nostri figli, nelle famiglie e nelle scuole nelle quali si formano, per guardare all’Italia e l’Europa del futuro da protagonisti e costruire sviluppo e benessere collettivo.

Victor Rivera Magos – Università della Basilicata

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